Alleghe è un bellissimo paesino in provincia di Belluno, baciato da un’incantevole cornice naturale, immerso nelle Dolomiti. E’ stato teatro di una vicenda delittuosa che racchiude in sé i meccanismi e le dinamiche del giallo più impensabile. Una sequenza di morti distribuite su un arco temporale lungo tredici anni e archiviate nelle maniere più fantasiose che, grazie alla curiosità e all’intraprendenza di un giovane giornalista prima e di un rampante carabiniere poi, è stata portata faticosamente alla luce. Questi casi, a piena ragione, sono tuttora etichettati come i misteri di Alleghe. Per capirci qualcosa, però, occorre andare con ordine.

Una splendida vista di Alleghe oggi

Una splendida vista di Alleghe oggi

Prima di tutto, le vittime.

  • Emma De Ventura, cameriera ventenne che lavorava all’albergo Centrale. La giovane fu trovata morta la mattina del 9 maggio 1933, con la gola recisa. Il caso fu archiviato come suicidio dovuto a una delusione amorosa
  • Carolina Finazzer, moglie di Aldo Da Tos, il figlio dei proprietari dell’albergo Centrale. Il 4 dicembre 1933, il giorno dopo il rientro dal viaggio di nozze, il suo corpo privo di vita fu trovato nel lago, a pochi metri dalla riva. Il caso fu archiviato come incidente dovuto al sonnambulismo
  • Luigi e Gigia (detta la Balena) Del Monego, coniugi e gestori di un forno. Furono uccisi con due colpi di rivoltella la notte del 18 novembre 1946. Dopo accuse che si rivelarono infondate, la magistratura stabilì che si fosse trattato di una rapina

I protagonisti della vicenda

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Nel paese, tuttavia, le voci si rincorrevano. Qualcuno aveva visto o sentito qualcosa, ma aveva paura di riferirlo alle autorità. Il clima di minaccia e omertà persiste per anni. Si rende necessario un intervento esterno, da parte di Sergio Saviane, giornalista, che fin da ragazzo aveva passato le vacanze estive in campeggio ad Alleghe, e che conosceva molti abitanti del luogo.

Le indagini

Incoraggiato dal direttore del Lavoro Illustrato, il giornale per cui lavorava, nel 1952 Saviane portò avanti un’inchiesta parlando coi paesani. Nessuno si sbottonò, ma le indicazioni furono sufficienti per raggiungere la convinzione che quelle quattro morti fossero legate tra di loro. C’era una mano unica dietro, o un’unica mente quanto meno. E, soprattutto, doveva trattarsi di omicidi premeditati.

L’articolo provocò una decisa reazione da parte dei proprietari dell’albergo Centrale di Alleghe. Infatti, seppur non venissero accusati esplicitamente, su di loro gravava più di un sospetto. La querela per diffamazione a mezzo stampa si risolse con la condanna a otto mesi di carcere per Saviane, che per qualche anno si disinteressò del caso.

Fu ancora una volta una curiosa coincidenza a far sì che i misteri di Alleghe venissero dipanati una volta per tutte. Ezio Cesca, un brigadiere della stazione dei carabinieri di Agordo, sentì dei tifosi della squadra locale di hockey su ghiaccio riferirsi ad Alleghe come alla “Montelepre del nord”. Il riferimento era al paese siciliano che per anni era stato il rifugio del bandito Salvatore Giuliano. Incuriosito, chiese al proprio responsabile, Domenico Uda, di poter indagare sul caso.

Le indagini furono rocambolesche, da film. Cesca, infatti, pur di ottenere le informazioni necessarie, strinse ad Alleghe diverse amicizie con alcuni paesani che volevano collaborare. Individuò in un’anziana signora, la cui casa si trovava nel vicolo dov’erano stati uccisi i coniugi Del Monego, la depositaria di informazioni fondamentali per risolvere il caso. Per arrivare a lei, che pare dicesse che solo in punto di morte avrebbe rivelato ciò che aveva visto, Cesca prese a frequentare la nipote. Riuscì così facendo a ingraziarsi anche l’anziana Corona Valt, che gli disse chi aveva riconosciuto durante quella notte del 1946.

Ancora una volta il brigadiere dimostrò sorprendenti capacità e intraprendenza, facendosi assumere come operaio nel cantiere dove lavorava Bepin Boa, al secolo Giuseppe Gasperin, l’uomo indicatogli da Corona. Lo incastrò facilmente e, a catena, crollò la pila di bugie che aveva protetto i responsabili di quei delitti, che furono individuati nei gestori dell’albergo Centrale: Fiore Da Tos (il patriarca della famiglia, nel frattempo scomparso), i figli Adelina e Aldo, il genero Pietro De Biasio, marito di Adelina.

I misteri di Alleghe: il libro

La ricostruzione dei fatti e delle indagini è stata riportata dallo stesso Saviane nel suo libro-inchiesta I Misteri Di Alleghe. E’ un’opera lucida e sintetica: nella prima parte racconta la sua esperienza del luogo e l’indagine che fece nel 1952 per scrivere l’articolo; nella seconda ricostruisce i delitti sulla base dei dati raccolti dai carabinieri e di quanto emerso durante il processo. Ne emerge un quadro di una vera e proprio cupola di minacce, una strategia del terrore che per anni aveva tenuto in scacco Alleghe. Ogni delitto era causato dalla conoscenza, da parte della vittima, del delitto precedente, in una catena di sangue degna di un romanzo.

Copertina I Misteri Di Alleghe

Il libro di Sergio Saviane. In copertina, Pietro De Biasio durante il processo.

La verità ufficiale

Emma De Ventura, l’8 maggio 1933, il giorno prima di morire, vide giungere ad Alleghe il figlio di Elvira Riva, proprietaria dell’albergo Centrale e moglie di Fiore Da Tos. Il figlio nacque da una relazione avuta con un altro uomo prima di sposare Fiore. Quando il ragazzo pretese di essere riconosciuto come erede, venne ucciso e fatto a pezzi. Emma si imbatté in un braccio tagliato e ciò sancì la sua condanna a morte. A ucciderla fu Adelina, incaricata dal padre. Le andò alle spalle mentre la cameriera puliva una stanza dell’albergo e le recise la gola col rasoio del padre, inscenando in seguito il suicidio facendole ingurgitare tintura di iodio per simulare un iniziale tentativo di avvelenamento.

Carolina Finazzer sposò Aldo Da Tos intorno alla fine di novembre del 1933, l’anno della morte di Emma. Durante il viaggio di nozze, Aldo, di mente semplice, per non dire piuttosto scimunito, cedette alle domande continue da parte della sposa, che era allarmata per via delle voci di paese che volevano che la cameriera del Centrale fosse in realtà stata uccisa. Aldo, convinto di potersi fidare, le confidò che era proprio così. Carolina volle rientrare subito dal viaggio di nozze e, giunta ad Alleghe, chiamò impaurita la madre, chiedendo che venissero a prenderla. Quella sera Fiore, Adelina e Pietro De Biasio decisero che anche Carolina doveva morire. La uccisero con la complicità di Aldo, che la teneva bloccata mentre Pietro la strangolava. Dopodiché, mentre Adelina con una camicia da notte indossata sopra gli abiti inscenava una camminata notturna verso il lago, in modo da far credere che la sonnambula Carolina fosse caduta accidentalmente nel lago, Aldo portò sulle spalle il cadavere della moglie e la gettò nell’acqua, tra due barche.

La notte in cui Carolina morì, una coppia di fidanzati, Luigi Luigia Del Monego, rientrò tardi a casa, dopo una festa da ballo. Si accorsero di un uomo che trasportava qualcosa di pesante. Non dissero mai nulla, ma dopo qualche anno diventarono dei testimoni scomodi, che avrebbero potuto parlare. Saviane riporta nel suo libro che una volta Gigi Del Monego, mentre rientravano a casa a tarda sera, gli confidò che “quelli del Centrale non hanno la coscienza a posto”, ma non volle spingersi oltre. Anche per la coppia, quindi, la cricca dell’albergo organizzò l’uccisione, assoldando Gasperin come manovalanza e cercando di inscenare una rapina.

I dubbi

Eppure, nonostante le indagini e le confessioni, non tutto è perfettamente chiaro. Il movente per l’omicidio di Emma, per esempio, sembrerebbe risiedere nel fatto che lei si fosse accorta che il giorno prima un figlio illegittimo di Elvira Riva, moglie di Fiore Da Tos, fosse arrivato in paese per pretendere la propria parte di eredità e fosse stato barbaramente ucciso e fatto a pezzi. Di questo episodio, però, non ci  sono riscontri certi, se non qualche voce di paese. Alcune donne raccontarono di aver visto una mano spuntare dalla cesta della carne nella macelleria di Aldo.

Tuttavia, quello di Emma fu un omicidio, questo è fuor di dubbio. Cercarono malamente di simulare il suicidio, ma non era credibile per diversi elementi fuori luogo, in primis il rasoio lontano diversi passi dalla vittima e appoggiato su un comodino. Negli anni successivi al processo, l’opinione pubblica si divise tra innocentisti e colpevolisti, e ogni schieramento aveva a disposizione le proprie carte da giocare.

Nel corso del processo,e anche in seguito, Pietro De Biasio continuò a dichiararsi innocente, vittima di una montatura basata su prove inconsistenti e su fantasie.

Come caso di cronaca, quello di Alleghe è praticamente “perfetto”, talmente carico di mistero e di situazioni indecifrabili da renderlo ancora oggi non del tutto chiarito. Per chi volesse approfondire, consiglio di leggere il già citato libro di Sergio Saviane (di non facilissima reperibilità, ma ancora disponibile) o, per chi volesse una summa ancora più rapida e fruibile, di guardare l’episodio di Blu Notte di Carlo Lucarelli dedicato al caso.