Attendevo con un misto di curiosità e preoccupazione la calata italica degli svedesi Meshuggah, che fa seguito alla recente pubblicazione dell’ultimo lavoro in studio, al titolo The Violent Sleep Of Reason. Non li avevo mai visti dal vivo, ma l’impatto della loro musica è, già su disco, estremamente potente. Per tale ragione, non potevo che attendermi un autentico caterpillar pronto a investire con dirompente onda d’urto la sala dell’ormai fidato Alcatraz, che anche per quest’occasione viene sfruttato nel senso largo per via di un’affluenza che si assesterà nei dintorni delle 6-700 persone (stima mia a occhio e croce, e chi mi conosce sa che sono del tutto incapace di misurare le masse di persone). Alla fine, ciò che mi attendevo ho ottenuto: un’ora e venti minuti di esecuzioni impeccabili, violente, dai suoni pressoché perfetti. Freddissimi e cinici, come da cd.

Mi risulta quasi del tutto inutile spendere parole per gli High On Fire, trio americano che apre la serata alle 19:30, quando ancora una bella fetta di pubblico è in coda per entrare. Formazione rocciosa, dai pochi fronzoli tecnici e dall’aspetto piuttosto orrido, gli americani propongono una miscela di hard rock e stoner che coinvolge qualcuno dei presenti che già li conosceva. La mise del cantante chitarrista è discutibile: pantaloni stretti e a vita bassa, torso nudo, pancia alcolica e spacco delle natiche in bell’evidenza. Ne approfitto per dissetarmi e fare qualche chiacchiera, e per lagnarmi della carenza di merchandising per quel che riguarda i Meshuggah: niente cd, niente vinili, niente accessori. Solo le solite T-shirt a 25 euro e l’altrettanto solita felpa con cappuccio a 45.

High On Fire

High On Fire

Dopo aver individuato una posizione decente per seguire il concerto senza farmi prendere nel vortice del pogo, tiro fuori la macchina fotografica ma non ho la possibilità di scattare nemmeno una foto, perché quando inizia Clockworks sono già preso nel vortice del sound degli svedesi. Jens Kidman urla dentro al microfono tutta la sua rabbia, mentre sul tappeto ritmico contorto e dispari della coppia Lövgren/Haake si stagliano, mostruose, le chitarre a otto corde di Fredrik Thordendal e di Marten Hagström, a disegnare scenari musicali futuristici, apocalittici, claustrofobici.

I Meshuggah si sono rivelati prevedibili: me li attendevo freddi, con scarsa interazione col pubblico, precisissimi e letali nelle esecuzioni, con sound compresso e potente. E così sono stati. Le parole pronunciate da Kidman si contano sulle dita di due mani, così come i suoi movimenti sul palco. Non danno spazio allo spettacolo, gli svedesi, ma sono capaci, in virtù di una capacità tecnica e di una produzione lisergica, di calare il pubblico in un’atmosfera distaccata dalla realtà, stimolando in alcuni una vera e propria furia, in altri una sorta di catarsi dettata dall’impatto sonoro massacrante.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Difficile evidenziare dei veri e propri highlight del concerto. La cosa che forse mi ha impressionato di più è il fatto che ho percepito per tutta la durata dello show una palpabile tensione, con una soglia di attenzione che non è calata mai da parte del pubblico. Chiaramente, è il finale a farla da padrona per una semplice questione di gusti: chiudere con un trittico del calibro di Bleed, Demiurge e Future Breed Machine è stato assolutamente letale. Quest’ultima, per il sottoscritto, rappresenta una delle canzoni fondamentali del panorama metal degli anni Novanta, e sentirla dal vivo ha avuto un impatto notevole sulla mia emotività e, soprattutto il giorno dopo, sul mio collo.

A fine concerto ho atteso che la band uscisse, riuscendo a intercettare Hagström, Kidman e Tomas Haake. Quest’ultimo, oltre a una notevole disponibilità nel far foto e firmare autografi, si è dimostrato il più paziente e compiaciuto di interagire coi propri fans, scambiando chiacchiere e pareri. Me ne sono tornato a casa con qualche foto e col booklet di obZen autografato, cosa che lo rende in qualche modo più personale. Non so se andrò a rivederli, dal momento che non credo possano avere una seconda volta su di me un effetto del genere. Di sicuro, a chiunque li abbia ascoltati, non posso che consigliare di andarseli a godere dal vivo, poiché si tratta di un’esperienza notevole anche dal punto di vista mentale.

Setlist Meshuggah

  1. Clockworks
  2. Born In Dissonance
  3. Sane
  4. Perpetual Black Second
  5. Stengah
  6. The Hurt That Finds You First
  7. Lethargica
  8. Do Not Look Down
  9. Nostrum
  10. Violent Sleep Of Reason
  11. Dancers To A Discordant System
  12. Bleed
  13. Demiurge
  14. Future Breed Machine