Vi voglio raccontare la mia prima esperienza diretta con l’editing di un testo. Sto frequentando un corso di scrittura creativa. Oltre alle questioni narrative (costruzione della scena, dei personaggi, sviluppo di una trama attraverso una serie di domande e meccanismi logici), una lezione è stata incentrata su un caso di cronaca nera: quello della famiglia Carmichael.

In breve, una madre uccise la figlia di tre anni nel 1979 e ne conservò il corpo in casa, nascosto in un baule, per vent’anni. Fu scoperta solo quando il gemello della bambina ebbe conferma dell’esistenza di quella sorellina di cui aveva solo indefiniti ricordi. Per maggiori informazioni, vi rimando a questo dossier.

La discussione sul caso ha fatto scaturire dei lavori individuali: racconti, dialoghi, soggetti, spunti. Ogni allievo ha provato a sviluppare una propria narrazione a partire da punti di vista differenti, con scopi diversi. Io ho lavorato a un racconto che aveva come obiettivo quello di offrire uno spaccato di quella che doveva essere la vita in casa Carmichael, caratterizzata da violenze e povertà. L’ho collocata nel periodo di Natale del 1979, poche settimane dopo la morte della bambina.

Vi riporto un estratto del mio racconto. Sul testo avevo effettuato solo la correzione della bozza. Non nego di averlo presentato con una certa soddisfazione: si trattava di un testo nato in una giornata, venuto fuori con fluidità, e che aveva ricevuto buoni riscontri dal mio gruppetto di beta-reader.

Estratto (con correzioni)

Madelyn non li colpì. Si chinò in avanti e tirò da parte il bambino, strattonandolo per strapparlo all’abbraccio di sua sorella. Iniziò allora a sbottonare la camicetta indossata da di Sabrina. Lei, impotente, seguitava a piangere, senza opporre alcuna resistenza. Rimase nuda di fronte a sua madre e al suo fratellino. Piena di vergogna, lo osservò mentre Andre piangeva disperato, i moccoli che gli scendevano dal naso e gli finivano sul labbro superiore. La madre lo stava spogliando spogliò anche lui. Lo faceva in maniera metodica, quasi con premura, non coi modi di chi, da un momento all’altro, avrebbe scatenato tutta la propria ira.
Quando completò l’opera di svestizione del finì di spogliare il bambino, ripiegò gli abiti e li appoggiò sul letto. Tutti, tranne i pantaloni di Andre. Quelli li avrebbe lavati in seguito.
«Andate in bagno ed entrate nella vasca», ordinò.
I bambini obbedirono e percorsero i pochi passi che li separavano dal piccolo bagno. La madre li seguì e li guardò mentre, infreddoliti, scavalcavano il bordo della vasca. Rimasero fermi, in piedi, uno di fianco all’altra. La casa era fredda e i riscaldamenti sarebbero stati accesi solo alle sei del pomeriggio.
«Sedetevi»
Lo fecero continuando a tremare. Più per la paura che per il freddo. Osservarono la madre che si avvicinava. Si chiesero in che modo li avrebbe puniti. Lei afferrò staccò il doccino, staccandolo dal suo sostegno. Girò la manopola dell’ e aprì l’acqua fredda fino ad arrivare al getto massimo. Lo orientò dapprima contro Sabrina, poi contro Andre. Si dimenavano urlando, cercando di proteggersi dallo scroscio di acqua gelida che li stava investendo. Non c’era via di fuga scampo. E se anche l’avessero avuta, la punizione sarebbe diventata ancora più dura. Si accanì contro Andre, direzionando sbattendogli il getto contro la sua in faccia e impedendogli di respirare per diversi secondi. Poi, così come aveva iniziato, smise. Girò nuovamente la manopola, interrompendo il flusso dell’ Chiuse l’acqua, e sistemò il doccino nel suo alloggio. Si voltò e fece per uscire dal bagno.
«Non vi muovetevi da lì», disse in tono imperioso sussurrò prima di dirigersi verso il corridoio.
Andre e Sabrina, nudi e bagnati, rimasero fermi, seduti e con le gambe raccolte, racchiuse tra le braccia, cercando un tepore impossibile da trovare. Sentirono i rumori del balcone che veniva aperto. La sentirono aprire il balcone. La madre stava armeggiando nell’armadietto esterno, dove teneva detersivi e utensili. Le ci volle poco a trovare ciò che stava cercando. Dopo la sfuriata iniziale, quando si era avventata in camera da letto urlando e inveendo contro i figli, sembrava aver ritrovato un pieno controllo delle sue emozioni. Camminava con passi misurati.
Quando la videro rientrare nel bagno, il loro sguardo fu attirato da ciò che Madelyn impugnava. Quando rientrò in bagno impugnava un gatto a nove code. Si trattava di un gatto a nove code, uno strumento simile a una frusta, caratterizzato da una solida impugnatura dalla quale partiva una serie di fibbie di cuoio, alle cui estremità erano fissate delle piccole palline di piombo. Sabrina emise un urlo quando vide le fibbie sfregare l’una sull’altra e le palline di piombo sbattere tra di loro generando dei fievoli tintinnii. Aveva già sperimentato sul suo corpo quello strumento di tortura, che le aveva lasciato tracce per settimane.
«Silenzio!», tuonò la madre. «Più urlate, più durerà la vostra punizione. Se starete zitti, sarà molto meno dura di quanto crediate. Finirà in un attimo. E non dirò niente a Tonton Macoute»

Il testo è stato letto in aula ad alta voce, ed è stato effettuato un editing sommario. Un po’ di note: le correzioni riportate non sono le uniche, sono solo quelle che sono riuscito ad appuntare. Oltre a queste, ci sono state molte altre indicazioni e critiche che ho utilizzato per rimettere mano al testo. Dall’editing parziale che trovate in questo post, la cosa che emerge è il tentativo di eliminare frasi e parole in eccesso, che non aggiungono informazioni ma servono solo a rallentare il ritmo.

Vengono inoltre operate delle scelte più attente e meno stereotipate nelle descrizioni. Ne è stata eliminata per intero una che suonava presa pari pari da Wikipedia (ed era vero, per giunta), oltre che essere ripetuta, in una forma migliore e più legata alla storia, subito dopo. Ci sono inoltre molti interventi volti a eliminare la mia tendenza a essere troppo figurativo nelle descrizioni, soprattutto quando si tratta di raccontare le azioni dei personaggi.

Grazie a questo lavoro di editing, la lettura del testo risulta essere più fluida e più veloce. Gli artifici forzati e le formule sono ridotte al minimo. Non si tratta ancora di un  testo soddisfacente, e infatti ha richiesto ulteriore lavoro da parte mia, sulla base di quanto recepito, per raggiungere una forma migliore e più efficace. Di questo lavoro vi parlerò in una prossima occasione.

Quello che mi preme far notare è che sul momento mi sono sentito quasi stuprato dall’editing di un professionista: il testo, che a parer mio era discretamente valido, è stato smontato pezzo per pezzo, mettendo in luce ogni sua debolezza. Mi ha fatto capire come non bisogna innamorarsi delle proprie parole, delle frasi che suonano riuscite. Non si deve aver paura di tirar via anche interi pezzi, se ci si accorge che non sono davvero necessari e funzionali alla storia. Questa consapevolezza sta mutando il mio approccio alla scrittura ma, soprattutto, mi ha permesso di affrontare la revisione del testo con tutt’altro spirito.