Il quinto giorno di viaggio in Irlanda è a ritmi per certi aspetti ridotti rispetto ai precedenti, ma nemmeno poi tanto. Infatti, nonostante la nottata precedente – di cui potete scoprire qualcosa leggendo qui – alle 8:50 del mattino sono già a terra, con tre ore e trentacinque minuti di sonno. Filo a fare colazione e, dopo un rapido ripasso del tragitto della giornata, mi metto in marcia in direzione della penisola di Dingle.

Ci troviamo ancora nell’Irlanda sud-occidentale. Dopo aver percorso il Ring of Kerry, quest’oggi mi sono dedicato alla penisola immediatamente a nord. Il viaggio è, ancora una volta, la parte più importante rispetto alla meta. La penisola di Dingle è ricca di storia e di reperti antichissimi, come le beehive huts, delle strutture in pietra simili ai trulli di cui vi parlerò più avanti, ma il mio rapporto con questa terra è stato intenso soprattutto dl punto di vista ambientale. A farla da padrona, infatti, è la natura selvaggia, rigogliosa e variegata che dona a questo lembo dell’isola una bellezza mozzafiato.

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La prima tappa prevista è il villaggio di Dingle e durante il percorso, come sempre su strade strette che attraversano luoghi quasi incontaminati, si aprono scenari meravigliosi caratterizzati da vastissimi declivi interamente ricoperti di erba verde. Verde di un verde tutto irlandese, declinato in sfumature diverse, così pieno, ricco e avvolgente. Il verde è ovunque, in Irlanda. Fa da muro alle strade, quasi le ingloba tanto è debordante e irrefrenabile. Il terreno collinoso ondeggia fino a gettarsi nell’oceano nervoso e azzurro/grigio, con correnti che fanno divertire i surfisti e qualche coraggioso che affronta i venti e le temperature intorno ai 13°.

Il cielo è quasi sempre coperto ma non piove mai. Quando il sole fa capolino da dietro una nuvola, quasi brucia per quanto riscalda. Qui bisogna avere un forte spirito di adattamento, portandosi dietro di tutto: una T-shirt, una maglietta a maniche lunghe, un maglioncino, una felpa, un giubbotto e un ombrello non possono mancare mai, e potrebbero servirvi tutti, e più volte, nell’arco della stessa giornata.

Dingle è un villaggio pittoresco e frequentatissimo dai turisti. Lo è per la colorata Main Street, una sequenza senza interruzioni di edifici dai toni diversi e vivaci, ciascuno dei quali ospita un pub. E lo è per l’area del porto, che offre gli ormai soliti – ma sempre emozionanti – scorci della baia e delle lingue di terra che si insinuano nell’oceano. Dopo aver comprato gli immancabili souvenirs, mi dirigo in un pub dove prendo la Shepherd’s Pie (il pasticcio del pastore). Si tratta di un tortino costituito da una base di carne d’agnello macinata, cucinata con cipolla, carote, sedano e timo, ricoperta da patate schiacciate e da formaggio fuso. Deliziosa e assolutamente consigliata.

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Riparto da Dingle per spingermi ancora più in là nell’omonima penisola, verso l’oceano, e visitare i resti di un cottage che presenta, tra le varie strutture, un beehive hut. Simile a un trullo, era una piccola costruzione in pietre che serviva, si dice, come dimora di reclusione per i primi monaci cristiani. Dopo aver assaporato l’aria salmastra dell’oceano ed essermi riempito i polmoni di una terra così viva e dal sapore antico, mi accingo a percorrere il Conor Pass. E’ un’altra esperienza incredibile, perché si tratta di un viottolo incollato alla parete rocciosa di una montagna che – quante volte ve l’ho detto, ormai? – offre viste panoramiche micidiali, che nessuna fotografia potrà mai nemmeno lontanamente rendere per intensità e bellezza. Se ci andrete, mi raccomando perché la strada, in certi punti, è stretta al punto da permettere il passaggio di un mezzo di dimensioni decenti, ma niente di più.

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Il mio viaggio, per oggi, si è concluso a Limerick, da dove vi sto scrivendo. Domani mi attende la meta che, tra tutte, è quella che attendevo con più ansia. Ora corro a dormire per recuperare e per essere in forma smagliante al cospetto del prodigio naturale che visiterò domani.