Il titolo di quest’articolo è fuorviante. Nel corso del sesto giorno di viaggio in Irlanda, infatti, non ho visitato soltanto le Scogliere di Moher. Ho passeggiato in un borgo medievale e ho trascorso la serata in un pub rustico in un villaggio pittoresco. Ma la potenza evocativa di un luogo come le scogliere travalica tutto il resto.

Ammetto che stamattina me la sono presa comoda. Ero in un albergo con area benessere nei pressi di Limerick, e prima di partire, dopo la ormai classica colazione irlandese a base di salsicce, uova strapazzate, bacon, pudding bianco e nero e bicchieri su bicchieri di succo di mela, mi sono dedicato al più totale relax. Mi sono lanciato nella jacuzzi a cielo aperto fino a quando le dita delle mani non si sono rattrappite, al che mi sono spostato su un lettino a bordo piscina dove probabilmente ho anche dormito e, infine, sono tornato nella vasca idromassaggio.

Dopo il piacere, è iniziato un piacere ancora più grande. Avevo un piano molto fitto per oggi pomeriggio/sera, e qualcosina è andato diversamente, ma tutto sommato in una maniera gradevole. La prima tappa è stato il Bunratty Castle: mi era stato consigliato da alcuni irlandesi nel corso della visita a Kilkenny e, trovandomi a passare nei pressi, mi sembrava un peccato perdermelo. Credendo si trattasse del “solito” castello, da vedere dall’esterno e da fotografare, avevo stimato una mezz’oretta per la visita, ma alla fine è durata oltre due ore.

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Il castello di Bunratty è molto di più di un semplice castello. Partiamo col dire che è tenuto magnificamente bene e che è visitabile praticamente nella sua interezza, cime dei torrioni di guardia incluse. La sola visita del castello ha preso la famosa mezz’ora, ma tutt’intorno c’è un vero e proprio borgo che sembra uscito direttamente dalle fiabe, con le case medievali di tutti gli artigiani e dei contadini. In alcune di esse, un attore in vesti d’epoca svolge il mestiere del caso: per farvi un esempio, nella casa del fabbro troverete un uomo che soffierà sul fuoco, riscaldando un ferro di cavallo, spiegherà le varie fasi della lavorazione, battendolo sull’incudine e raffreddandolo in una bacinella d’acqua.

Lungo le stradine si trovano stalle e recinti utilizzati per l’allevamento di pecore, maialini e galline. Visitare il borgo è un’esperienza rilassante e fuori dal tempo, e il senso stesso del tempo è andato a farsi benedire. Me ne sono reso conto quando, individuato il pub, mi sono seduto a un tavolo e ho notato che nessuna delle cameriere mi dava retta. Ho fatto cenno, chiedendo se era possibile mangiare, e mi è stato risposto che la cucina aveva chiuso alle 15:30. Ho guardato l’orologio, accorgendomi che mancavano pochi minuti alle cinque. Mi sono alzato di scatto e ho completato il giro del borgo quasi correndo, sotto una pioggerella nebulizzata. Era ora di partire alla volta delle Scogliere di Moher.

L’arrivo al parcheggio delle scogliere è piuttosto difficoltoso, non per colpa delle strade, ma della nebbia che cala di colpo e che diventa fittissima. Entro in un primo parcheggio – con chiari divieti esposti, dei quali mi interesso il giusto – e mi accorgo che è quello degli autobus. Proseguo lungo la strada ma la visibilità è ormai inferiore ai cento metri. Mi sembra di stare andando verso il nulla e provo a tornare indietro. Per fortuna individuo stavolta il giusto accesso per le auto, ma all’ingresso un addetto mi comunica che non riuscirò a vedere le scogliere per via delle condizioni meteorologiche e mi consiglia di riprovare domani.

I problemi sono due: ho già dei programmi per domani e, consultando le previsioni meteo, le condizioni sembrano ancora peggiori rispetto a oggi. Mi lascia entrare senza farmi pagare, dicendomi che se voglio posso comunque andare al centro visitatori. Parcheggio avvolto dalla nebbia e dalla delusione, ma incredibilmente in cinque o sei minuti la nebbia inizia ad alzarsi e a diradarsi. Vedo l’accesso al sentiero che sale lungo la collina, vedo gente che passeggia lassù, e mi lancio verso il ragazzo all’ingresso per chiedergli se ora posso provare a vederle, ‘ste benedette scogliere. Mi dice di sì, di correre per sfruttare il momento propizio e di saltare il centro visitatori. Detto fatto, percorro la rampa che porta al percorso panoramico e…wow!

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Le Cliffs of Moher (scogliere della rovina) si estendono per circa otto chilometri e arrivano a un’altezza massima di 217 metri. Finita la parte wikipediana, vi racconto le mie sensazioni nel vederle. Un posto così selvaggio, dove la forza della natura si manifesta in molti modi diversi e grandiosi, suscita emozioni variegate. Un senso di costante meraviglia ha animato ogni istante della mia visita, ma forse il primo impatto è quello che non dimenticherò mai: l’oceano sconfinato di fronte; il mare che si scaglia rabbioso contro la rocca duecento metri sotto di me; le gigantesche scogliere a strapiombo che, frastagliate e ondulate, dominano imperiose e antichissime. Il vento soffia fortissimo e si infrange contro la parete rocciosa, generando un rumore portentoso ed evocativo.

Passeggiare lungo il percorso e guardare i vari scorci che le scogliere offrono è un’esperienza che ha del religioso, e raggiunge il suo picco non tanto sul versante nord, bellissimo e dominato dalla torre O’Brien, quanto su quello meridionale. Terminato il percorso ufficiale, infatti, è possibile andare oltre e avventurarsi nella parte selvaggia e senza alcuna recinzione, muretto o impedimento. Lì ci si può spingere fin dove si ritiene opportuno e sicuro. Al di là dei limiti che ciascuno di noi può avere o meno, e dei rischi conseguenti che si assume, spingersi a pochi passi dallo strapiombo, guadagnando una visuale sempre più completa e sentendo ogni rumore sempre più forte, è un qualcosa di portentoso che solo provandolo si può comprendere.

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Dopo un’esperienza così intensa e coinvolgente, ancora emozionato e quasi ebbro, mi sono diretto nel carinissimo villaggio di Doolin, a pochi chilometri dalle scogliere, dove in un pub tradizionale ho cenato e trascorso del bel tempo in compagnia di gente socievole, con un sottofondo musicale folkloristico. Da provare, anche perché a differenza di tanti altri posti qui i pub chiudono tardi e sono gettonati proprio per via della loro fama di posti allegri dove ci si può divertire. Da lì, sul tardi, sono partito alla volta di Galway, ed è proprio da lì che vi scrivo. Durante il tragitto ho attraversato il Burren, di cui non ho visto niente per via del buio, e sono passato dal Dunguaire Castle, spettrale nella sua illuminazione sotto la luna, sul suo picco a dominare la baia. La giornata è stata lunga ma, considerando le esperienze fatte, per niente faticosa. A viverne, di giornate così.