Siamo giunti all’ultimo giorno di viaggio, dato che domani sarà dedicato essenzialmente alla partenza per il rientro in Italia. Quest’oggi, dunque, sono rientrato a Dublino, da dove partirò, e ne ho approfittato per visitare un altro castello dalla sinistra fama lungo il percorso tra Galway e la capitale irlandese.

Nonostante abbia trascorso due notti a Galway, non avevo ancora avuto modo di fare un giro in città, se non ieri sera per una cena fronte molo. In mattinata, quindi, liberato il mio chalet freddo e col trattore nel bagno, mi sono diretto in Eyre Square, la piazza principale della città, e da lì mi sono mosso per le vie principali. Galway è movimentata e colorata, piena di turisti che animano Shop Street, una via ricca di negozi e resa folkloristica e festosa dai musicisti che si esibiscono per strada. Tra i tanti incontrati in quelle poche centinaia di metri, da segnalare un uomo vestito alla scozzese che suonava uno strumento che non avevo mai visto prima e che emetteva un suono non molto lontano da quello della cornamusa – almeno al mio orecchio – e un gruppo di quattro bambine tra i sei e i dieci anni che si esibivano con due arpe, un violino e un flauto. Adorabili.

image

Lungo il tragitto per Dublino ho fatto una sosta nel villaggio di Tullamore, dove ho pranzato in un pub chiamato The Wolftrap mangiando una cottage pie: a differenza della shepherd’s pie di cui vi ho già parlato nei giorni scorsi, la cottage è a base di carne di manzo. Buonissima e mandata giù con l’anch’essa solita Smithwick’s. Da lì mi sono avviato verso il Charleville Castle. Me ne avevano parlato dei ragazzi catanesi che avevano fatto il viaggio opposto al mio e mi avevano suggerito di andarci, trattandosi – si dice – di un castello infestato. Il castello è veramente molto, molto bello, tenuto esternamente benissimo e con due torrioni di altezze diverse che gli donano un tocco di movimento e di asimmetria gradevoli. Purtroppo, nonostante l’avviso all’ingresso con gli orari di visita, ho provato a suonare il campanello e anche la campana del portone principale senza ricevere risposta alcuna.

image

Il rientro a Dublino mi ha rigettato nell’ambiente urbano che, dopo una settimana in posti piccoli e in ambienti selvaggi, mi ha creato un immediato sconforto. Ad aggravare l’umore del rientro la scoperta del mio albergo: una costruzione gigantesca, con una torre di guardia centrale simile a quella delle prigioni, che doveva essere adibita a convento, ospizio o chissà che. Tutto all’interno sa di stantio e di polveroso, inoltre i corridoi infiniti e l’estrema solitudine lo rendono un luogo ben poco accogliente. Il tempo di rinfrescarmi e fuggo verso il centro città, deciso a cenare nel Temple Bar. Stavolta, a differenza della scorsa settimana, ci riesco e si rivela un’esperienza piacevole: l’atmosfera dei pub irlandesi ha qualcosa di speciale, e gli avventori li vivono con uno spirito di rilassatezza e con la voglia di interagire e di essere garbati con gli altri. Ho mangiato benissimo, assaggiando un tortino ripieno di filettini di carne di manzo cucinata nella Guinness che mi ha fatto impazzire. Nel frattempo si esibivano musicisti che rendevano l’ambiente allegro ed elettrico.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Vi sto scrivendo dal mio albergo-ospizio per quella che sarà la mia ultima giornata del mio diario di viaggio in Irlanda. E’ probabile che nei giorni a venire, magari domani o dopodomani, scriverò una chiosa a questo resoconto per trarre le conclusioni di quest’esperienza e raccontarvi qualcosa che, inevitabilmente, nella fretta e nella stanchezza serale mi è scappato di mente.