The social dilemma: un’occasione persa

The social dilemma: un'occasione persa
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Giovedì sera. Apro Netflix per guardare un episodio di Breaking bad. Nella schermata principale, il primo contenuto è The social dilemma.

Leggo la presentazione: ”In questo ibrido tra dramma e documentario sull’influenza pericolosa dei social network, alcuni esperti di tecnologie lanciano l’allarme sugli strumenti che hanno creato”.

A dispetto di una frase di lancio piuttosto enfatica e allarmistica per i miei gusti, ho deciso di guardarlo per provare a sentire le esperienze e le opinioni di chi ha lavorato in alcune delle aziende più influenti del mondo contemporaneo.

E anche perché, da informatico, nutro una certa curiosità sugli aspetti più puramente tecnologici (spoiler prevedibile: non ne viene trattato sostanzialmente nessuno).

Cos’è The social dilemma

The social dilemma è un docudrama di Jeff Orlowski, uscito su Netflix il 9 settembre.

Un docudrama è – citando la definizione trovata facendo una rapida ricerca – un documentario che comprende parti sceneggiate e interpretate da attori.

Jeff Orlowski è un regista americano con all’attivo due documentari, Chasing ice e Chasing coral.

Il suo nuovo lavoro è costituito principalmente da interviste a persone che hanno lavorato per aziende come Google, Facebook, Instagram, Pinterest e Twitter.

Ciascuno porta la propria esperienza e la propria opinione in merito a temi quali la diffusione dei social network, la dipendenza che generano, i meccanismi che contribuiscono a crearla, la natura degli algoritmi, le caratteristiche delle piattaforme tecnologiche e le conseguenze sulle persone, sulla società e su alcuni importanti aspetti della vita contemporanea.

La parte restante del docudrama mette in scena una breve fiction che dipinge la condizione di una generica famiglia con tre figli, due adolescenti e una pre-adolescente. Il fine è quello di esemplificare dinamiche classiche rispetto all’utilizzo del telefono e dei social: la ragazza non li usa e non è interessata a farlo; il ragazzo li usa molto, anche come mezzo di informazione non convenzionale; la ragazzina li utilizza come spazio per mettersi in mostra e misurarsi.

The social dilemma 1

Alle scene di vita familiare si alternano sequenze in cui una intelligenza artificiale umanizzata, costituita da tre individui che ricoprono i ruoli di una moderna coscienza multipla, monitora le attività su internet del ragazzo, decidendo cosa proporgli e cosa fare per riportare la sua attenzione sul dispositivo.

Tema 1: i social media attuano meccanismi manipolatori

Una delle tesi dominanti e fondative di The social dilemma è che vengono attuati meccanismi manipolatori volti a condizionare i comportamenti delle persone.

Questa accusa viene mossa da tutte le voci che costituiscono il cuore del progetto, ovvero la parte documentaristica.

Non sempre è del tutto a fuoco chi sia il destinatario della critica. Se il titolo potrebbe far concludere che si rivolga ai social media, in realtà a essere coinvolti sono aspetti più ampi, comportamenti e meccanismi che sono applicabili ad altri tipi di realtà, come la citata Google.

In diversi momenti di The social dilemma si fa riferimento agli algoritmi. Viene enfatizzato il loro ruolo, il cui fine è quello di fare in modo che l’utente trascorra più tempo possibile sulla piattaforma.

Come avviene questo?

Attraverso la profilazione dell’utente (i suoi dati, i suoi comportamenti sulla piattaforma specifica, le sue abitudini di utilizzo, i contenuti coi quali interagisce, le reazioni che lascia) e la proposta di contenuti che potrebbero risultare di suo interesse.

Inoltre, viene evidenziata l’efficacia della progettazione dei social network rispetto alla psicologia delle persone.

Per esempio, lo scroll infinito (ovvero, poter scorrere indefinitamente e visualizzare sempre nuovi contenuti) e la possibilità di aggiornare la pagina scrollando verso il basso fanno parte di un’esperienza d’uso finalizzata a dare soddisfazione all’utente, che così tende a trascorrere molto tempo sulla piattaforma.

Quel tempo, assieme ai dati, è il valore a cui i social network sono interessati. Quanto più tempo si passa sui social, infatti, tanti più contenuti pubblicitari possono essere mostrati, garantendo quindi guadagni per la piattaforma.

Dopotutto, se non paghi il prodotto, allora il prodotto sei tu.

Tema 2: le conseguenze dell’uso della tecnologia e di internet

Ogni voce coinvolta nel documentario fornisce la propria visione allarmistica, talvolta quasi apocalittica, a proposito di quali potrebbero essere le conseguenze di ciò che stiamo vivendo.

Tra le cose espressamente citate, ci sono guerre civili, radicalizzazioni, aumento dei casi di depressione tra i giovanissimi, azione manipolatoria sui comportamenti e sulle decisioni (anche di voto) delle persone.

Viene più volte ripetuto come i social applichino questo tipo di algoritmo:

  • l’utente sceglie di guardare, di soffermarsi o di lasciare un commento o una reazione su un dato contenuto
  • sulla base della sua interazione, e del tempo che ha trascorso su un certo tipo di contenuti, l’algoritmo della piattaforma sceglierà di proporre contenuti giudicati simili, o comunque di potenziale interesse per l’utente

Secondo alcuni degli ex-dipendenti di queste società, la modalità di fruizione e di gestione delle piattaforme presenta dei potenziali pericoli.

Da un lato, determina quali contenuti proporre all’utente, che potrebbe accettarli in maniera abbastanza passiva e finire dunque per essere circondato da contenuti analoghi. Questo provocherebbe la formazione di una cosiddetta bolla informativa, all’interno della quale l’utente si ritrova a visualizzare contenuti sempre in linea col proprio pensiero, con ciò in cui crede oppure con ciò che gli è capitato di vedere in precedenza, anche per sbaglio o per noia.

Un caso citato è quello del giocatore di basket Kyrie Irving, che ha sostenuto in passato che la Terra è piatta. In un intervento pubblico, Irving ha in seguito affermato di aver visto un video su YouTube e che a quel punto si è ritrovato sommerso da contenuti analoghi, finendo per farsi convincere della veridicità della teoria.

Questo aspetto è fortemente connesso alle fake news, che proprio nell’epoca d’oro dei social hanno trovato campo fertile per circolare e per diventare virali.

Viene riportata una statistica: su Twitter, una notizia falsa viaggia sei volte più velocemente rispetto a una notizia vera (confermato da questa notizia ANSA).

”La verità è noiosa”, afferma uno degli intervistati.

Tema 3: l’impatto devastante sui giovanissimi

Uno dei punti a più alto impatto emotivo di The social dilemma è la presentazione di un grafico relativo al tasso di suicidi di adolescenti e di preadolescenti negli Stati Uniti d’America.

Nello scorso decennio, rispetto al decennio 2001-2010, il tasso di suicidi tra le ragazze adolescenti (15-19 anni) è aumentato del 70%; tra le preadolescenti (10-14 anni) addirittura del 151%.

Nel grafico, viene tracciata una linea di demarcazione che coincide col 2009, anno in cui le applicazioni dei social sono diventate disponibili sui dispositivi mobile.

Grafico suicidi The social dilemma

Per come viene presentato e discusso, sembra abbastanza chiaro che il notevole aumento di casi di suicidio sia collegato proprio alla diffusione dei social network.

Il documentario, tuttavia, non offre il punto di vista degli psicologi. Sarebbe stato utile analizzare come i giovanissimi si pongano rispetto all’utilizzo o eventuale abuso dei social. E, soprattutto, come tale uso possa provocare stati depressivi.

La semplificazione della realtà è sempre un problema. Nello stesso decennio di riferimento, infatti, oltre ai social network c’è stata la diffusione capillare degli smartphone e la sempre più capillare possibilità di accesso a internet.

Non solo: non viene preso minimamente in considerazione quale sia l’effetto dei social sugli adulti e sugli anziani.

Così facendo, il documentario continua a presentare una visione apocalittica, schierata e univoca rispetto alla vicenda, non analizzandola ma decidendo in partenza quale sia la verità e come vada presentata.

E in tal modo, tutto sommato, attua le tecniche persuasive che critica per tutta la sua durata. 

Il focus sui social è fuorviante

Nonostante il titolo, gli argomenti trattati in The social dilemma si applicano ad altre realtà.

Le prime due che mi vengono in mente sono Amazon e Netflix.

In particolare, mi sembra interessante soffermarsi proprio su Netflix.

La piattaforma di streaming profila gli utenti, inizialmente sulle informazioni relative a sesso e a età, per iniziare a proporre contenuti. Dopodiché, col passare del tempo e con la progressiva fruizione di contenuti da parte dell’utente, l’algoritmo è in grado di proporre film e serie sempre più in linea coi gusti.

Non solo. Netflix è concepita e progettata per garantire un’esperienza d’uso più agile e piacevole possibile, per fare in modo che l’utente resti a lungo sulla piattaforma.

Tra le scelte progettuali, quella probabilmente più nota prevede che, al termine della visione di un episodio, parta immediatamente quello successivo.

Quindi le strategie volte a catturare l’utente vengono attuate dai social network così come da qualsiasi piattaforma che, al fine di vendere, necessiti di attrarre utenti e di portarli a utilizzare per più tempo possibile i propri servizi.

Per chiudere il discorso su Netflix, un caso esemplare è proprio quello di The social dilemma. Quando ho avviato l’applicazione, nella mia homepage ho trovato come primo contenuto, quindi in massima evidenza, proprio il nuovo docudrama. Ha attirato la mia attenzione e ho finito per guardarlo.

In un certo senso, adoperando la medesima retorica di fondo del documentario, l’algoritmo di Netflix ha fatto sì che io lo guardassi.

Quindi, facendo un passo ancora più in là – e sempre seguendo le accuse che il documentario muove in modo esplicito al mondo dei social –, se Netflix domani decidesse di schierarsi a favore di un particolare candidato alle elezioni americane, oppure intendesse prendere una certa posizione rispetto a un tema contemporaneo forte, orientando quindi l’opinione pubblica, potrebbe realizzare uno o più contenuti e metterli in evidenza con tutti i suoi utenti, offrendo un punto di vista univoco sulla questione.

The social dilemma 3

Il punto di vista è unico

Come già accennato, un grosso limite di The social dilemma è l’assenza di una voce fuori dal coro.

Tutte le persone ascoltate sono ex-dipendenti di colossi di internet.

Non sono stati sentiti né un attuale dipendente, né un parere medico, né un qualunque parere discordante.

E così, dall’inizio alla fine, anche in virtù delle scelte musicali e degli effetti sonori inquietanti, il documentario dipinge un quadro terrificante allo spettatore.

Chi è più ignaro rispetto ai meccanismi della tecnologia e del marketing rischia di rimanere impressionato dai presunti segreti che il documentario rivela e che, invece, sono alla base delle attività di un qualsiasi sito internet e di qualsiasi campagna pubblicitaria.

La sottolineatura su come gli algoritmi ormai non li conosca nessuno, perché si autoaggiornano da soli, è forse l’esempio lampante di come vengano esposti i fatti, sovraccaricando di significati misteriosi aspetti legati alla programmazione e al machine learning.

The social dilemma 2

La fiction è stereotipata e piuttosto patetica

Una componente di The social dilemma è costituita da una fiction che mette in scena una famiglia americana.

Il focus è tutto sui figli, in particolare sui due che utilizzano frequentemente i telefoni e i social.

I genitori hanno un ruolo del tutto marginale, così come la figlia maggiore, del tutto slegata dall’uso del telefono e che funge da vecchia saggia della situazione.

Il figlio maschio, oltre a usare frequentemente i social, si informa tramite canali non convenzionali, finendo per radicalizzarsi al seguito di teorie estremiste, fino a mettersi nei guai.

La figlia piccola è la classica giovanissima schiava dell’immagine sui social, sempre alle prese coi selfie, coi filtri da adottare e con le reazioni ricevute. Va in crisi per un commento per le sue orecchie.

Alle scene relative alla vita familiare si alternano alcuni momenti al limite del comico in cui l’algoritmo, impersonato da tre individui identici, ciascuno con un ruolo, decide cosa proporre al ragazzo. Il tutto con lo scopo di trattenerlo sul social e di vendere inserzioni.

Al di là della realizzazione abbastanza amatoriale, la fiction non offre alcun valore aggiunto alla discussione. Anzi, toglie spazio a ulteriori interventi e a temi non trattati che avrebbero potuto arricchire l’offerta.

Invece, si è preferito cadere nei cliché e nelle banalità con lo scopo, evidente fin da subito, di indignare e di provocare una reazione emotiva di rabbia, disgusto e di paura nello spettatore.

Conclusioni

In una trattazione seria di un qualsiasi argomento, oltre alla varietà di voci da interpellare, occorrerebbe esporre fatti in maniera chiara e documentata.

The social dilemma sceglie fin da subito il proprio orientamento, non ha interesse a esporre fatti e a farli raccontare da profili differenti, con l’obiettivo di permettere allo spettatore di farsi una propria opinione.

Tutto è invece pensato per terrorizzare e proporre scenari infausti per l’individuo e per la società, addossando la colpa per intero sui grandi colossi di internet.

Nel finale, in maniera confusa e poco convincente, si cerca di aprire a scenari più ottimistici, con le possibili soluzioni. Ma ormai è tardi, il tempo residuo è poco e le risposte fornite non sono sufficienti, soprattutto se praticamente tutti gli intervistati affermano di aver cancellato tutti i propri profili social.

Se l’intento era quello di aprire gli occhi alle persone, per renderle più consapevoli, in parte è fallito. A chi era già informato, il documentario non fornisce un punto di vista sfaccettato e approfondito; a chi non lo era, inculca un terrore almeno in parte sproporzionato, facendo passare per malvagio anche ciò che non lo è.

Manca inoltre l’attenzione necessaria per alcuni dei più grandi temi dei social: un meccanismo per eliminare la diffusione delle fake news e la regolamentazione di queste piattaforme.

La diffusione che avrà The social dilemma, e le discussioni che ne nasceranno, potevano essere meglio orientate se lo scopo fosse stata l’informazione e non il sensazionalismo.

Così, invece, è un’occasione persa.

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