Come superare la paura di essere letti

Come superare la paura di essere letti
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Ci siamo passati tutti.

Al chiuso della nostra stanzetta, immersi tra quaderni, penne, computer portatili, tastiere, appunti, diari, fogli, post-it, libri aperti, schermi che ci rimandano pagine di ricerche e di documentazione.

Tempo, impegno e quell’investimento più sotterraneo e silenzioso, eppure così presente: l’energia primaria che ci spinge a inseguire un sogno.

È probabile che ogni autore ne abbia uno specifico. Potrebbe trattarsi della voglia di raccontare una specifica esperienza. Oppure di divulgare le proprie conoscenze. O, ancora, di mettere su carta una storia che ci risuona dentro e che, per un motivo o per un altro, ci sembra giusto comunicare agli altri.

Ed è proprio la comunicazione alla base dell’atto dello scrivere. Non esisterebbe scrittura se non fosse guidata dalla volontà, conscia o inconscia, di comunicare qualcosa ad altre persone.

Una conseguenza pressoché inevitabile è che, al fine di acquisire pienezza di senso, un testo necessiti di essere letto.

È proprio a questo punto, però, che possono insorgere le resistenze. Subentrano i timori, le insicurezze, il senso di inadeguatezza. L’idea di far leggere il proprio testo a qualcuno può apparire come un ostacolo troppo arduo da superare.

Se farò leggere il mio testo a una persona che mi conosce bene, cosa penserà di me?

Perderò valore ai suoi occhi?

Penserà cose negative sul mio conto?

E della mia scrittura cosa penserà?

E se chi mi legge dovesse dirmi che il testo è terribile, che farei bene a dedicarmi a qualcos’altro?

Questi possono essere alcuni dei dubbi coi quali uno scrittore – e non necessariamente uno alle prime armi – dovrà fare i conti.

Eppure, l’atto dello scrivere dovrebbe nascere proprio da un’esigenza comunicativa. Non farsi leggere potrebbe essere ancora peggiore del farsi leggere e affrontare le opinioni altrui.

In questo articolo, proverò a individuare alcuni modi e passaggi per giungere al fatidico momento convinti e pronti.

Conoscere le proprie paure

Il punto fondamentale è che la paura è parte di noi e, nel caso specifico, si muove a partire dalla consapevolezza di avere riversato nel proprio testo qualcosa di sé.

Può essere un vezzo, un ideale politica, un preciso aspetto caratteriale, una visione del mondo o un inconfessato vizio.

Non importa di cosa si tratti: se si è stati sinceri, se ci si è rapportati col foglio bianco con l’onestà tanto propugnata da Hemingway, allora sarà inevitabile che il testo sarà vivo e pulserà di ciò che muove il suo autore.

Le paure esistono per consentirci di prendere le decisioni più sicure, quelle in grado di proteggere la nostra vita. Tuttavia, non sono profezie. Avere paura di qualcosa non significa che quella cosa rappresenti una minaccia. E, anche qualora lo fosse, la scelta ottimale non sarà sempre quella di evitarla.

Occorre imparare a comprendere le proprie paure, a capirne il meccanismo per cui ci portano a determinate scelte. Una volta che si avrà chiaro perché si ha paura, allora sarà possibile mettere a punto un piano d’azione per mitigarle.

Attendere il momento giusto

Un autore potrebbe temere di far leggere il proprio testo perché non è ancora il momento giusto.

L’esperienza di ognuno di noi è unica, ragion per cui chi si sentirà pronto dopo pochi mesi di scrittura e chi dopo molti anni. Nella media dei casi, può essere ragionevole custodire i propri scritti per un periodo di incubazione abbastanza lungo, per avere il tempo di lavorare sulla propria scrittura.

Questo vale non solo per la prima volta in cui si deciderà di proporre in lettura qualcosa di proprio. È valido per ogni storia che si scrive.

Un metodo potrebbe essere quello di attendere di aver terminato almeno una revisione della bozza prima di far leggere il testo a occhi esterni.

I rischi di condividere un testo troppo presto sono innanzitutto di una possibile delusione dal punto di vista strettamente emotivo; inoltre, eventuali opinioni altrui potrebbero influenzare l’autore, soprattutto se la storia non ha ancora la forma definitiva e rivista.

Naturalmente, ci sono tutte le possibili eccezioni. Ci sarà chi si troverà bene a condividere la propria storia un capitolo alla volta.

Tuttavia, un modo per superare le resistenze nel farsi leggere è proprio questo: attendere di avere tra le mani un testo rifinito e del quale si è ragionevolmente soddisfatti.

Capire perché si vuole essere letti

A volte può capitare di condividere una storia quando non è ancora pronta. Si può essere tentati di farlo perché necessitiamo di rassicurazioni, per esempio, ma è una strada rischiosa: potrebbe andare in modo diverso da come desideravamo.

Una regola di base è di non chiedere un parere se non si è pronti a ricevere qualsiasi tipo di parere, anche quello più doloroso.

Come autori, si può essere spinti dal desiderio di vedere riconosciute le proprie qualità. Ciò non sempre accada per vanagloria. Può invece essere connesso al bisogno di sentirsi accettati e apprezzati.

Qualunque sia la ragione per cui intendiamo essere letti, è bene che ci sia chiara prima di condividere un testo.

Quando si raggiunge un punto in cui ci si sente fiduciosi sulla bontà del lavoro svolto e si desiderano riscontri sinceri e onesti, in grado di rafforzare la propria scrittura, allora è quello il momento per condividere il proprio testo.

Individuare i giusti lettori

Ci sono diversi tipi di lettori.

Le persone che ci vogliono bene, e che hanno a cuore la nostra affermazione personale e come scrittori.

Colleghi scrittori o editor che hanno più nozioni tecniche e possono indicare i difetti del testo per permetterci di migliorarlo.

C’è chi invece esprime opinioni di varia natura senza avere competenze specifiche sulla narrazione.

Ci sono lettori gentili e lettori spietati.

C’è chi sa come porre una critica in maniera costruttiva e chi no.

Con qualche eccezione, può arrivare il momento in cui ciascuno di questi tipi di lettore possono tornare utili.

Per esempio, nelle prime fasi della propria esperienza come scrittori, quando si è ancora molto acerbi, può avere senso farsi leggere dalle persone più gentili e costruttive, per evitare gli impatti di una critica feroce. Questo potrà successivamente dare sufficiente coraggio per affrontare pareri più oggettivi.

Più si verrà letti, più diventerà probabile entrare in contatto coi pareri più critici e duri da digerire. Ma, dopotutto, sviluppare la pellaccia è parte del percorso di uno scrittore.

Imparare a reagire ai giudizi

Uno dei motivi per cui uno scrittore è scisso tra la voglia e la paura di condividere i proprio testi è la necessità di dover reagire ai pareri che riceverà.

Bisogna essere pronti ad accettare i giudizi che evidenziano le mancanze e i punti da migliorare, e allo stesso tempo occorre essere bravi a non lasciare che un giudizio negativo tolga del tutto valore a quanto si è scritto.

Soprattutto nelle fasi iniziali, quando lo scrittore non è ancora abbastanza maturo, può abbracciare una delle due posizioni estreme. Potrebbe quindi rigettare ogni critica, considerando perfetto il proprio lavoro; oppure, al contrario, potrebbe accettarle tutte in maniera passiva.

Il giusto approccio si trova da qualche parte nel mezzo. Anche la capacità di trovare questo tipo di equilibrio fa parte del percorso di crescita di uno scrittore.

In qualche modo, bisogna riuscire a mettere da parte l’emotività, in modo da poter analizzare in maniera razionale i pareri ricevuti.

Perché mi sono stati fatti questi appunti?

Sono sensati?

Apportare i cambiamenti suggeriti migliorerebbe la mia storia?

Perché

Maggiore sarà la propria esperienza e la propria consapevolezza, più si sarà in grado di filtrare i pareri dei lettori e di sfruttarli per migliorarsi.

Conclusioni

La paura di condividere i propri racconti e i propri romanzi è fisiologica e condivisa da gran parte degli scrittori, anche quelli più esperti.

Una critica può essere vissuta non solo come un duro colpo per le proprie ambizioni autoriali, ma addirittura può essere presa sul personale.

Il tempo, l’esperienza e il crescente bagaglio di conoscenze rendono il processo meno difficile.

Le paure si mitigano nel momento in cui si comprende che da un confronto con chi ci legge passa il nostro miglioramento come autori. E non esistono scorciatoie: se si vuole scrivere e se si vuole arrivare a un pubblico, occorre superare l’inevitabile timore dei giudizi.

Scrivere, per qualcuno, è condividere le proprie più profonde vulnerabilità. Ci si sente esposti e impauriti, privi di qualsiasi forma di protezione. Ma va sempre ricordato il motivo per cui si è iniziato il percorso: la condivisione.

L’invito conclusivo, quindi, è quello di condividere i propri testi, specialmente quelli che si ha più paura di condividere. È probabile che siano quelli più intimi e, dunque, più significativi.

Prima, però, è bene raggiungere un’adeguata consapevolezza e maturità, per poter affrontare l’impatto coi giudizi del mondo esterno. Per farlo, la sola strada possibile è la solita: leggere tantissimo, scrivere tanto, rileggere e lavorare sul testo fino allo sfinimento.

Come ti poni rispetto alla condivisione dei tuoi testi? Ti è capitato di farti leggere o hai timore di farlo? Com’è cambiato il tuo approccio con la scrittura dopo aver condiviso i tuoi testi?

  1. Ciao, Luca. Spunti di riflessione interessanti i tuoi.
    Molto spesso, gli esordienti (e non solo) eccedono o da un lato o dall’altro.
    C’è chi è totalmente insensibile alle critiche, seppur argomentate e legittime (e, di fatto, cerca il confronto solo per rafforzare le proprie convinzione e ricevere pacche sulla spalla) e chi è talmente autocritico che ogni commento negativo ha la facoltà di atterrirlo e portarlo a dubitare della sua stessa scrittura.
    Va, quindi, trovata una giusta sintesi.
    Il “percorso” che delinei è sicuramente tortuoso e spesso impervio ma è indubbiamente necessario per acquisire consapevolezza (e sicurezza) dei propri mezzi (e, perchè no, anche dei propri limiti), non solo nella scrittura.
    Un saluto.
    Al prossimo articolo.

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