Scrivere ha ancora senso?

Scrivere ha ancora senso?

Questo articolo nasce un po’ per caso, al termine di una domenica pomeriggio fatta di molti dialoghi e di qualche preoccupazione, sottolineata dalla nebbia e dall’attesa di qualcosa di indistinto.

Non sarà molto a fuoco perché non ho una scaletta, né ho raccolto materiale e spunti.

Mi limiterò a riflettere su una domanda che, ciclicamente, torno a pormi: oggi ha ancora senso scrivere?

Contesto

Premessa: per scrittura intendo tutto ciò che, per l’appunto, è parola scritta: può trattarsi di un testo di narrativa, di una lettera, di un messaggio in un qualsiasi formato e inviato attraverso qualsiasi mezzo.

Il mondo in cui viviamo è inondato di informazioni e di stimoli audiovisivi. I testi sono sempre ben presenti, ma ricoprono in molti casi un ruolo di accompagnamento più che il vero e proprio cuore della comunicazione che avviene attraverso certi formati.

In settimana, parlando con un amico, ci chiedevamo se abbia ancora senso, oggi, scrivere per esempio la recensione (o, per dirla più umilmente, un’opinione amatoriale) di un film, o se invece è più utile un video in cui si esprime quella stessa opinione parlando davanti a una camera.

Io una risposta precisa non ce l’ho, perché probabilmente non si tratta tanto di una questione di senso, quanto di convenienza.

Quindi provo a riformularla: oggi è più conveniente (nell’accezione di: arriva a più persone) un contenuto video rispetto a uno scritto?

Il pubblico di riferimento

Il primo aspetto da considerare, quando si decide di creare un contenuto, è individuare un pubblico di riferimento.

Nell’immaginare da chi sarà costituito tale pubblico, diventerà più chiaro quale formato possa essere più indicato.

Con tutte le turpi generalizzazioni del caso, sembrerebbe che i contenuti video siano più facilmente fruibili per molte categorie di pubblico.

Non sempre si tratta di un fattore legato al tempo. Per esempio, esistono canali YouTube e profili Instagram dedicati alle recensioni di libri che propongono contenuti video lunghi oltre i dieci minuti, grosso modo il tempo, quindi, per la lettura di un articolo scritto.

Nel contenuto video, tuttavia, esiste probabilmente un aspetto di intimità e complicità che non sempre viene percepito alla stessa maniera quando invece si legge un testo.

Quando si decide di creare un determinato contenuto, quindi, bisognerebbe chiedersi: chi sarà interessato? Come fruisce normalmente i contenuti simili a quelli che intendo proporre io? Su quali piattaforme effettua ricerche? Su quali trascorre più tempo? E così via, fino a immaginare con più precisione possibile a chi si vuole parlare e come fare per intercettarlo.

Il senso dello scrivere

Al di là del contenuto specifico, delle piattaforme, dei tempi che viviamo e del pubblico di riferimento, c’è un aspetto da tenere in chiara considerazione: scrivere è parte integrante della nostra essenza.

Ci portiamo dietro la necessità di comunicare da millenni, e la scrittura è il sistema che ha reso possibile tramandare miti e storie.

Scrivere ha inoltre un valore specifico per ciascuno di noi.

Per me, scrivere è un modo per riflettere sulle cose.

Non so se valga per tutti, ma io non sono mai stato in grado di ragionare davvero a fondo sulle cose senza scrivere. Non riesce a farlo semplicemente rigirandomi immagini e parole nella mente.

Ho la necessità fisica di sedermi e scrivere, anche in maniera caotica, finché le cose iniziano ad acquisire un qualche tipo di ordine.

Non sarei in grado di attuare questo processo in una maniera differente. Ed è questo, per me, il senso più autentico della scrittura: mettere in ordine ciò che nella mente è, e rimarrebbe, soltanto caos.

Predisposizione e limiti

Ci si può accontentare di quanto detto finora, e limitarsi a proporre ciò che si confa maggiormente alle nostre inclinazioni.

Amo scrivere, propongo testi scritti, a prescindere dalle possibili alternative.

Non ci vedo nulla di sbagliato, anzi. Inoltre, sono convinto che esista ancora un pubblico per tutto: per ogni tono, per ogni formato, per ogni ritmo, per ogni argomento.

Tuttavia, il mondo si evolve a prescindere dalla nostra predisposizione.

Una domanda che occorrerebbe sempre porsi è: se ciò che creiamo fosse proposto in una maniera diversa, potrebbe essere più efficace?

Per efficacia possiamo intendere anche cose diverse. Alla base, però, ritengo ci sia un aspetto fondamentale: ciò che creiamo, solitamente, intendiamo comunicarlo e condividerlo con altre persone.

Si scrivono romanzi affinché arrivino a un lettore. Si gira un film perché sia visto dagli spettatori. E così via.

La speranza, tacita o meno, è quella di arrivare al maggior numero possibile di persone. È umano, e non è sempre legato alle velleità di successo e di ricchezza; talvolta, anzi, la spinta risiede nella pura esigenza comunicativa.

Se lo scopo, quindi, è arrivare a quante più persone, allora diventa necessario trovare il modo ideale per andare incontro a questo potenziale pubblico.

Non significa necessariamente snaturarsi. Anzi: può significare piuttosto andare verso gli altri.

Il piacere di quel che si fa

Per i temi di cui mi occupo principalmente in questo blog, ovvero la scrittura di narrativa, questo articolo potrà apparire privo di focus.

Un testo di narrativa non può che avere il formato di un testo.

Nelle riflessioni un po’ caotiche di queste righe, ho riflettuto piuttosto su altri tipi di contenuti e sul modo in cui si comunicano i propri scritti.

Ciò che nasce da un’esigenza e da una profonda forma di piacere (che a volte può trasformarsi in dolore o in ossessione), merita di arrivare al maggior numero di persone possibile.

Per farlo, bisogna rendersi conto del contesto in cui viviamo, di come noi stessi, in primis, cerchiamo le cose online, del perché ci soffermiamo su certi contenuti e ne sorvoliamo altri.

Solo così potremo cercare di adattare il nostro modo di comunicare i nostri lavori e noi stessi agli altri.

In alternativa, il rischio è quello di rimanere bloccati in un meccanismo frustrante in cui la sensazione, molto nitida, è quella di urlare nel vuoto cosmico, senza nessuno in grado di sentirci.

Conclusioni

Non sono sicuro di aver dato la forma che desideravo a questo articolo, ma ho deciso di pubblicarlo lo stesso, e di lasciarlo così, sincero e profondamente imperfetto.

Di contro, sono certo di due cose.

La prima è che non ho risposto alla domanda che dà il titolo all’articolo. Ho deviato su altri argomenti, parlando un po’ di comunicazione e un po’ di altri tipi di contenuti.

La risposta la do adesso: sì, ha ancora senso. Ne ha nonostante si scontri con velocità e modelli comunicativi più adatti alla contemporaneità. Ne ha perché la parola scritta ha ancora una potenza arcaica che avvicina mondi distanti, crea mondi e connessioni inimmaginabili.

La seconda cosa di cui sono certo è che non esiste una forma espressiva in grado di ricoprire il ruolo che ha per me la scrittura: dare un ordine al mondo, fornire senso alle esperienze, scavare nel profondo di sé fino a strapparsi cuore e viscere e riversarle su una pagina.

Finché sarà così, la scrittura avrà ancora pieno senso anche nel mondo contemporaneo e nel prossimo futuro.

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