Autopsy (2008)

Anno di uscita
2008
Titolo originale
Autopsy
Regia
Adam Gierasch
Genere
splatter, scienziati pazzi
Cast
Robert Patrick, Jessica Lowndes, Jenette Goldstein, Michael Bowen
Durata
84'
Paese
USA
Voto
6

“Dottore, andrà tutto bene?”
“Non credo”
In questo breve scambio, una buona fetta dell’atmosfera di Autopsy. Film d’esordio di Adam Gierasch, si muove sulle coordinate di uno splatter dalle atmosfere tese, a dispetto di una trama esile, priva di sviluppi.

Un gruppo di ragazzi, dopo aver festeggiato il martedì grasso, ha un incidente stradale sulla strada del rientro. Tutti rimangono più o meno illesi, ma si accorgono di aver investito un uomo, che indossa una vestaglia ospedaliera. Il tempo di scoprirlo e arriva un’ambulanza che, a detta degli infermieri, era uscita alla ricerca proprio di quell’uomo, fuggito prima di un intervento. Si offrono inoltre di dare un passaggio ai ragazzi affinché possano farsi controllare.

Il Mercy Hospital è una struttura ospedaliera all’apparenza abbandonata: corridoi deserti, personale ridotto a due infermieri, una receptionist e un dottore, pazienti due o tre, tutti inquietanti, folli o insanguinati. I ragazzi vengono convocati uno dopo l’altro per i controlli, in primis Bobby, l’unico ad avere una ferita provocata da un vetro. Dopo dieci minuti, già lo spettatore ha tratto tutte le conclusioni del caso: ospedale in disuso, ragazzi prigionieri di due ex galeotti e soprattutto del dottor David Benway, un autoritario chirurgo folle che agisce perseguendo uno scopo altrettanto folle.

Sebbene non siano i colpi di scena e gli sviluppi della trama gli aspetti su cui punta la sceneggiatura, è innegabile come la pochezza della vicenda e degli approfondimenti sulla natura stessa dei personaggi risulti a lungo andare piuttosto limitante, confinando tutte le aspettative e la curiosità dello spettatore nell’ambito del sussulto e del gore. Qualche sobbalzo dozzinale, frutto della tensione e delle comparse improvvise, il film lo regala, ma è nell’aspetto splatter che emerge maggiormente, offrendo una discreta carrellata di contenuti sanguinolenti proposti però senza mai puntare sull’aspetto violento dell’atto, quanto sul suo lato spettacolare, ematico e colmo di interiora. In tal senso, in una lista di elementi gore realizzati con discreta bravura ma tutto sommato classici e prevedibili, si evidenzia con ottima forza una sequenza che vede uno dei pazienti che, senza ragione apparente, aggredisce uno dei ragazzi mentre se ne andava a zonzo per l’ospedale. Il giovane, per difendersi dall’uomo, nudo e violento, gli apre l’addome a mani nude – probabilmente era già stato inciso, o almeno spero – provocando un’autentica cascata di organi interni, una quantità industriale per giunta.

Come detto, il film non ha velleità di approfondimento psicologico, tant’è vero che i personaggi più delineati sono tagliati con l’accetta mentre gli altri sono assolutamente privi di qualsivoglia forma di caratterizzazione. Non è quindi possibile una partecipazione emotiva, mantenendo lo spettatore sempre su un piano distaccato e asettico. Non è però una grave colpa, perché lo scopo di regalare un divertissement splatter, non troppo cattivo e mai troppo serio, è riuscito, garantendo che l’oretta e venti trascorra senza sbadigli. Certo, non si ha mai chissà che interesse a scoprire cosa accadrà, anche perché i “cattivi” sono degli idioti – i due infermieri e la segretaria/receptionist succube – o folli, come il dottor Benway, l’unico, assieme alla sua antitesi Emily, ad avere una motivazione: la ragazza cerca di salvare il fidanzato Bobby, il dottore usa i suoi pazienti per uno scopo ben preciso, cosa che però non giustifica l’apparente freddo piacere che prova nel vederli soffrire.

Il gusto splatter non è malvagio a livello estetico, ma soprattutto gode di effetti realizzati in maniera classicamente artigianale, a cura di Gary J. Tunnicliffe, che rifugge da ogni genere di intervento digitale. A fronte di elementi tipici del filone – ferite da taglio, crani sfondati – si spinge verso il grandguignolesco quando, in dirittura d’arrivo, Bobby verrà ritrovato in una vera e propria composizione d’arte, alquanto curiosa, la cui spiegazione risiede nell’esperimento del “mad doctor” teso a costruire un vero e proprio sistema circolatorio alimentato da organi umani. Insomma, Autopsy va preso per quello che è, inutile aspettarsi credibilità, forza narrativa, immedesimazione; chi deciderà di entrare nel Mercy Hospital dovrà farlo ben cosciente di cosa lo aspetta, un festival di corridoi e sale operatorie, di interiora e sangue, in una lotta per la sopravvivenza, da ambo i lati, la cui intensità non verrà mai realmente percepita. Tenendo conto che la trama si conclude al minuto otto o giù di lì e che per il resto si entra nella prigionia e nell’incubo, Gierasch porta a casa un risultato dignitoso, nonostante le tante, forse troppe, inquadrature dei corridoi. Peccato per lo scarso uso degli strumenti medici, ma il contrappasso finale in parte riabilita la mancanza.

Autopsy (2008)
Voto del redattore
6
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6